Per secoli l’agricoltura italiana è stata una pratica delle «aree interne», cioè colline e monti. 

In queste aree non si può pensare al lavoro dei contadini come a un’impresa industriale che deve strappare margini crescenti di profitto: qui l’agricoltura non è chiamata solo a produrre merci ma anche a proteggere il suolo dall’erosione, ad attivare la biodiversità e conservare il paesaggio. Può inoltre diffondere i saperi locali legati ai mestieri e alle manipolazione delle piante e del cibo, custodire la salubrità dell’aria e delle acque,  organizzare un turismo ecocompatibile e forme nuove di socialità. Fare agricoltura nelle aree interne significa prima di tutto frutticultura e orticoltura di qualità, distrubuzione locale alternativa (Gruppi di acquisto solidale e mercati a km 0) e perfino microeconomia ottenuta dalle siepi o dalla macchia selvatica. cioè dalla raccolta di sorbe, corbezzoli, giuggiole, cornioli, melograne…

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